Saroglia Marco

già Professore Ordinario, Università degli Studi dell’Insubria; Coordinatore progetto AGER 4F

13 febbraio
Sessione: TECNOLOGIE INNOVATIVE PER GLI AMBIENTI D’ALLEVAMENTO

Relazione: Micro e nanoplastiche in Acquacoltura intensiva: Valutazione del problema e percorsi per una sua minimizzazione

Marco Saroglia1, Francesco Gai2, Massimo Labra3, Marino Prearo4, Genciana Terova1

Pur all’interno di ampie variabilità regionali, in una media su scala mondiale si stima che col solo consumo di sale da cucina, l’apporto individuale di microplastiche sia di 3.000 particelle/anno.

La contaminazione degli oceani da parte delle microplastiche non preoccupa solo a causa del loro impatto ecologico ma anche perché potrebbe minacciare la sicurezza alimentare e la salute umana. Sebbene l’esposizione avvenga attraverso molteplici vie in gran parte inevitabili, la presenza di microplastiche nelle specie animali e vegetali utilizzate per il consumo umano rappresenta un aspetto peculiare del problema. Oltre al sale da cucina, le acque potabili, alimenti di natura sia terrestre che acquatica, sono solo alcune delle vie attraverso le quali da oltre mezzo secolo ingeriamo micro e nanoplastiche ed il consumo di prodotti ittici non è altro che una di queste.

Sebbene i dati relativi alla presenza delle microplastiche nell’ambiente si stiano ormai ampiamente accumulando tra la letteratura scientifica, i livelli reali di esposizione ed i loro potenziali effetti sull’organismo umano non sono noti. Ancor meno si sa circa le nanoplastiche, per le quali scarseggiano i dati relativi alla presenza nell’ambiente e quasi nulla si sa circa gli effetti sugli organismi animali.

Essendo impensabile, con le tecniche attuali, di riuscire ad azzerare in un tempo meno che secolare l’esposizione umana alle micro e nanoplastiche, si possono invece perseguire obiettivi più realistici qualila minimizzazione di questi prodotti nella catena alimentare, oltre all’acquisizione di conoscenze circa la loro pericolosità per la salute umana, ma anche informare correttamente la popolazione circa i loro potenziali effetti, evitando allarmismi forse ingiustificati e comunque pericolosi.

Per il momento la pur lunga esposizione alle micro e nanoplastiche non ha generato dati certi sulla loro pericolosità, tuttavia le lezioni del passato circa i materiali pericolosi ci insegnano che “no evidence of harm” non è lo stesso che “evidence of no harm“. A questo proposito, gli stessi pesci allevati possono rappresentare un valido modello di studio, consentendo di produrre informazioni estrapolabili nel tentativo di individuare una soglia di rischio per la salute e nel contempo di minimizzare il livello di contaminazione da micro e nanoplastiche.

Nella presentazione si discute circa la possibilità di controllare le diete dell’acquacoltura e la natura delle materie prime utilizzate per produrre i mangimi, ai fini di contenere la presenza di micro e nanoplastiche nei prodotti ittici allevati destinati alla nostra tavola.


1Università degli Studi dell’Insubria, DBSV, Varese
2Consiglio Nazionale delle Ricerche, ISPA, Grugliasco (TO)
3Università degli Studi di Milano Bicocca, Milano
4Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta, Torino

 

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